Covid: meglio farsi casa fuori Roma. Mille persone al mese lasciano la capitale

Nel corso della storia, la diffusione delle pandemie, al pari di altre catastrofi come per esempio i conflitti bellici, hanno sempre instaurato nelle persone un sentimento di fuga dalle città, dettato dalla paura, ma soprattutto, nel caso di emergenze sanitarie, dalla ricerca di ambienti salubri, distanti da realtà metropolitane e dalla quotidianità cittadina.

Una quotidianità in cui, ormai, in molti faticano a riconoscersi dopo aver toccato con mano le fragilità svelate dal virus.

Così negli ultimi mesi il Covid ha innescato una diaspora dei residenti dalle grandi città verso l’immediato hinterland contadino, o verso i piccoli borghi che stanno rinascendo a nuova vita. Anche Roma non si è sottratta a questo fenomeno, ma anzi sembra una delle metropoli maggiormente colpite. Nei primi 5 mesi di Coronavirus la capitale ha perso ben 5 mila residenti che hanno preferito investire i propri risparmi nell’acquisto di una casa nei piccoli comuni limitrofi, oppure hanno scelto come prima residenza quella che una volta era considerata la loro seconda abitazione. È un processo particolare che va seguito con la giusta attenzione perché sta mostrando delle drastiche ripercussioni nel tessuto economico romano.

La fuga dalla città oggi è avvantaggiata soprattutto dalla tecnologia che permette di mantenere il proprio lavoro a distanza senza avere nessun vincolo di ufficio. Molti lavoratori hanno testimoniato di preferire le videoconferenze alle riunioni in sede, mentre altri conservano il contatto fisico con i propri colleghi ma limitandolo a pochi giorni settimanali se non addirittura riducendolo a un solo giorno.

La prospettiva di un pendolarismo ridotto ha spinto le persone a cercare il proprio rifugio in località sempre più lontane dalla città, il viaggio di 40 minuti rientra ormai in un arco di tempo accettabile, così come i viaggi che oscillano dai 60 ai 90 minuti, purché rientrino in uno spostamento da effettuare poche volte alla settimana.

 

Ma il nuovo elemento a destare più preoccupazione per le amministrazioni metropolitane è il cambio di paradigma nella concezione abitativa, ovvero quello che in primavera sembrava solamente una tendenza dettata dalla paura ora si sta tramutando in un vero e proprio cambiamento strutturale, confermato da un trend di mercato che ha visto oscillare i prezzi, in negativo e in positivo, sia delle abitazioni in città sia nelle piccole località.

Per esempio, appena fuori il Grande Raccordo Anulare, investire i propri risparmi a Grottaferrata sta diventando un’operazione al quanto costosa, frutto di un processo di migrazione che ha già gentrificato il mercato immobiliare: un appartamento può toccare la cifra di 3 mila euro al metro quadro, somma che, se confrontata con il mercato interno romano, esemplifica il fenomeno che stiamo descrivendo.

In media nella capitale il costo degli appartamenti oscilla tra i 3 mila e i 3.500 euro al metro quadro, soglia che sale a 5.300 nel quartiere Parioli fino ad arrivare a 7.400 nel centro storico, ovviamente senza considerare il mercato degli affitti che da anni invece ha causato una continua perdita di residenti, frutto questa volta di una speculazione immobiliare che sembra lontana dal risolversi: un monolocale a Roma viene affittato tra i 600 e i 700 euro, mentre nei piccoli paesi, distanti solo 40 minuti, un appartamento di almeno 50/60 metri quadri viene locato tra i 450 e i 600 euro mensili.

Questa migrazione a raggiera sta coinvolgendo moltissimi comuni, da nord a sud della capitale, non vi è una località, infatti, che non abbia accolto le persone alla ricerca di un nuovo stile di vita. Ariccia ha visto incrementare i propri residenti di 534 unità, Rocca di Papa di 507, Fiano Romano di 430. Anche le zone marine hanno confermato questo trend: a Fregene e a Maccarese si può acquistare un appartamento a 2.700 euro al metro quadro.

L’unico attore che sembra soffrire questa nuova realtà è il centro storico romano che va desertificandosi giorno dopo giorno. Il calo del turismo ha svuotato le sue vie e chiuso molte attività commerciali obbligando i proprietari degli immobili, che avevano investito i propri risparmi nell’apertura, per esempio, di b&b, a riconvertire la loro attività in appartamenti residenziali con contratti a medio e lungo termine. Una mossa questa che, nonostante abbia frenato la svalutazione degli immobili, sembra non essere sufficiente a contrastare la nuova scala di valori innescata dal Coronavirus.

Difatti, quello che il Covid ha messo in evidenza è un insieme di fattori critici che da tempo erano sull’orlo del collasso. Di certo le metropoli di oggi non sono più quel luogo di attrattive che avevano svuotato le campagne nelle rivoluzioni industriali, sono ambienti insalubri, dove i divari sociali aumentano, dove il lavoro non garantisce più la stabilità della famiglia, dove la ricerca del verde è diventato prioritario e all’ordine del giorno. Dunque, se nella storia delle catastrofi, ad emergenza finita, le persone tornavano nelle proprie città, oggi siamo chiamati a confrontarci con un cambiamento drastico e per molti versi immutabile.

In questa prospettiva non varrà neppure la logica della resilienza, perché chi fugge scappa dalla realtà in cui viveva prima del Covid, e che il virus ha solo svelato in tutte le sue vesti. Le persone hanno riscoperto l’importanza del verde, delle passeggiate all’aria aperta, preferiscono lavorare meno e avere a disposizione del tempo da passare in famiglia, per andare in montagna, al mare, oppure per coltivare il proprio orto o curare le piante.  Sono pronte a sacrificare la grandezza della casa purché abbia un terrazzo o un cortile dove trascorrere la socialità, lontani dall’affollamento dei pub o dei ristoranti.

Solo le città che si metteranno a nudo e costruiranno una nuova identità, saranno in grado di lanciare nuove attrattive per calamitare i residenti: sarà una sfida green, ecosostenibile, legata alla lotta climatica e alla ricerca di sano equilibrio.

 

Articolo tratto da “Diario Romano”:

Covid: meglio farsi casa fuori Roma. Mille persone al mese lasciano la capitale

 

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